L'Angolo dell'Esperto

Il Ciliegio ad Alta Densità

1Il 5 giugno 2009 si è svolto a Ferrara il convegno “IL CILIEGIO AD ALTA DENSITA’ – Il futuro a portate di mano”, evento unico in Italia, ha permesso di fare il punto della situazione in merito a questa sempre più esigente tendenza della moderna frutticoltura.
Nel presente articolo si cercherà di dare un riassunto di quanto detto durante lo svolgimento dell’incontro, puntando sull’aspetto pratico, dritto alle prime conclusioni di carattere economico, che già sono disponibili nonostante il ridotto numero di anni degli impianti.

Il presente lavoro non vuole essere una dispensa esaustiva in merito all’alta densità in senso generale, troppo sarebbe lo spazio richiesto, ne una trattazione completa della cerasicoltura in Italia, bensì un’analisi di esperienze reali e recenti.

Si daranno quindi per scontate alcune nozioni, rimandando ad eventuali lacune dei lettori, alle apposite discussioni nel forum.



Tappe storiche della cerasicoltura ad alta densità


Come per la maggior parte delle specie arboree i portainnesti utilizzati in passato erano i franchi.
Per quanto riguarda il ciliegio il Prunus avium e relativi cloni erano quelli prevalenti. Come tutti i franchi questo tipo di portainnesto è caratterizzato da un forte vigore, lenta entrata in produzione, maggior efficienza con varietà autofertili. Tutta caratteristiche che non soddisfano le esigenze degli impianti ad alta densità.
L’ottenimento di portainnesti nanizzanti di vigoria inferiore ed allo stesso tempo adattabili ed efficienti alle diverse condizioni pedo-ambientali ha avuto inizio a partire dagli anni ’60 grazie ai programmi di breeding dei vari paesi.
Il lavoro svolto dai diversi enti di ricerca pubblica, ma anche da iniziative private di vivaisti e produttori, ha portato ad oggi la serie GiSelA e Pi-Ku, che risultano ad oggi i portainnesti utilizzati per la ceresicoltura ad alta densità.

La serie GiSelA
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Quelli sopra indicati sono i cloni di GiSelA maggiormente indicati e più importanti disposti in ordine crescente di calo di vigoria rispetto a Prunus avium che è rispettivamente del 50-55 %; 60-65 %; 65-70 %.

La serie PIKU

Attualmente sono disponibili sul mercato i cloni PIKU 1, 3, 4.
Le esperienze condotte indicano un vigore percentuale rispetto a Prunus avium pari a:
  • PIKU 1 65-70 %
  • PIKU 3 80-90 %
  • PIKU 4 65-75 %
Ad ora solamente il PIKU 1 risulta interessante per gli impianti ad alta densità.
E’ bene ricordare come tutta la serie PIKU sia adatta per condizioni siccitose e terreni sabbiosi, condizioni comunque poco compatibili per la tipologia di impianti in oggetto.
Tornando a parlare in generale in merito ai portainnesti occorre ricordare che la ridotta vigoria dei portainnesti se mal “calibrata” in funzioni delle condizioni ambientali porta ad un rapido invecchiamento della pianta ed ad una prematura morte dell’impianto.

D’altro canto un’eccessiva vigoria oltre a non essere compatibile con le forme d’allevamento ed il numero di piante per ettaro di questi impianti porta ad un’eccessiva produzione in termini quantitativi che si scontra quasi sempre con una riduzione della pezzatura e della qualità dei frutti.
Concludendo questa essenziale introduzione è bene inoltre ricordare come l’ottenimento di piante di ciliegio per impianti ad alta densità ha comportato una modifica dello status vegetativo della specie particolarmente importante.
In natura è una pianta a portamento acrotono, dalla ridotta capacità di ramificazione laterale, dal lungo periodo improduttivo iniziale.
Motivi questi che spiegano come si sia arrivati “dopo” rispetto ad altre specie.


Le principali forme di allevamento

L'aumento del numero di piante per ettaro ha comportato ad una radicale rivisitazione delle forme di allevamento che sul ciliegio più che su altre specie è stato evidente. Fino a pochi lustri fa la erano ancora in auge le vecchie forme espanse con piante che raggiungevano tranquillamente 10-15 metri di altezza ed investimenti ad ettaro di circa un centinaio di piante.
Oltre agli ovvi problemi di raccolta, resa per ora per persona bassissima ( 5-8 kg/h), in una coltura dove i costi maggiori sono quelli di raccolta, vi erano anche disformità di qualità dei frutti sulle piante.

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I portainnesti nanizzanti hanno permesso di ridurre drasticamente l’altezza delle piante consentendone una gestione da terra pressoché totale. La sola ridotta vigoria degli impianti non è però sufficiente, ma occorre adottare tutta una serie di accorgimenti atti a contenere, o meglio, regolare l’attività vegetativa della pianta, quali piegature, anulatura e tagli del caporale. Queste pratiche sono altresì essenziali per non incappare nei tipici problemi post-impianto quali invecchiamento precoce della chioma, ridotta fruttificazione, spostamento della vegetazione produttiva all’esterno.
L’attuale tendenza è di concepire modelli d’impianto che siano in grado di coniugare qualità, quantità e standardizzazione del prodotto nell’ottica di una gestione quanto più economica e competitiva del ceraseto.

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La distanza d’impianto ha un ruolo spesso sottovalutato nell’architettura dell’impianto data la sua influenza sulla funzionalità dell’impianto ed evidenziando eventuali problemi solo dopo alcuni anni dall’impianto, quando non è praticamente più possibile intervenire.
La distanza tra le file è da valutare in funzione del passaggio delle macchine e soprattutto dell’altezza massima prevista delle piante onde evitare ombreggiatura basali che si ripercuotono sulla produttività e sulla longevità dell’impianto.
Si riporta di seguito una tabella che lega la densità d’impianto alla forma di allevamento.
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In merito agli impianti ad alta densità di questo articolo, è bene soffermarsi solamente sulle forme per altissima densità, le quali sono poi quelle adottate nelle prove in campo che si andrà a descrivere dopo.
Pur conservando in molte realtà la loro validità tecnica ed economica le forme di allevamento classiche sia a parete che in volume, non consentono di raggiungere quei livelli di specializzazione degli impianti moderni, dove si tende a costruire pareti fruttifiche continue che consentano gestione da terra.

Asse colonnare
: è un’evoluzione del fusetto ovvero un’asse centrale uniformemente rivestito di brachette fruttifere.

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Forma a V:  consente di intensificare ulteriormente le densità d’impianto arrivando in condizioni ottimali anche a 3000-5000 piante/ha. Si realizza mettendo a dimora astoni con innesto a sufficiente altezza e leggermente inclinati verso l’interfilare. Necessità più di altre, di una particolare attenzione nelle strutture di sostegno con l’aggiunta di uno o due braccietti per mantenere l’inclinazione delle piante. I criteri di potatura sono gli stessi dell’asse colonnare.
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Fusetto: forma sviluppatasi inizialmente in Germania è in grado di contenere lo sviluppo del ciliegio in una forma verticale, conica, gestibile pressoché interamente da terra. Le piante entrano precocemente in produzione e le rese sono elevate. Almeno nella fase iniziale dell’impianto è necessaria una struttura di sostegno. Essenziale è una buona partenza con ottimo materiale, ovvero astoni muniti di un buon numero di rami anticipati onde rimpire l’intera altezza dell’astone di brachette produttive già dal primo anno.

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Complemento ormai essenziali ed imprescindibili nei nuovi impianti sono:
  • Impianto rete antigrandine
  • Impianto telo anti pioggia
  • Impianto antibrina
  • Impianto di microirrigazione.


Le prove attuali


Sono prese in analisi prove di impianti di varietà Ferrovia e Kordia su tre sistemi di allevamento diversi: asse colonnare, fusetto e forma  a V.
Si riportano direttamente in forma di tabella l’analisi dei costi e della redditività. Si tralascia per ora di approfondire la tecnica colturale delle singole prove, rimandando all’apposita discussione.
Gli impianti in questione sono provvisti di tutti i principali componenti dei moderni ceraseti, ad esclusione del telo antipioggia.
Mi scuseranno pertanto i lettori se questa parte, forse la più importante, risulterò la meno discorsiva,ma ho preferito dare spazio ai numeri per che meglio delle parole evidenziano le caratteristiche degli impianti.
Ho provveduto ad evidenziare alcui particolari nelle immagini. Nello specifico i costi degli impianti anti grandine, antibrina e i costi di raccolta.

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Analisi dei costi

Com’è possibile vedere dalle tabelle i costi d’impianti sono decisamente elevati e non è possibile negare che a fronte di un’investimento a ettaro superiori anche a 110.000 € i dubbi e le preoccupazioni sono legittime.
Analizzando in dettaglio i costi è possibile vedere come buona parte del costo iniziale sia da imputare alle piante ed agli impianti accessori. Si potrebbe essere portati ad escludere quest’ultimi, ma l’esperienza fino ad ora accumulata insegna il contrario.
Gli eventi grandinigeni possono essere assorbiti dalle assicurazioni, ma spesso una grandinata ha effetti anche sulle produzioni delle annate successive. A questo si potrebbe aggiungere la recente problematica dei fondi per l’assicurazioni agevolate in agricoltura, che mettono in dubbio l’effettiva sostenibilità delle coperture assicurative. Inoltre in un’ottica di mercato moderna, il consumatore finale, ma anche gli intermediari, non ultima la GDO, richiede una qualità pressoché standard e continuativa nel tempo. Premessa non esaudibile in caso di grandinate.

Lo stesso discorso è applicabile alle coperture antipioggia, con qualche riserva per alcune zone italiane, dove potrebbe rendersi non necessaria.
Sempre in’un’ottica di produzione continua ed assicurata, rientra anche l’impianto antibrina. Si potrebbe ad esempio ipotizzare un’azienda che preveda una certa quota di operai fissi ai quali deve essere garantito lavoro per tutto l'anno. E' evidente come non si possa sostenere un'eventuale calo improvviso di bisogno di manodopera.
Riassumendo è possibile affermare come a fronte di una forte spesa iniziale, vi siano poi spese pressochè fisse escludendo quelle di raccolta, essendo direttamente proporzionali alla resa.

Le esperienze fino ad ora acquisite indicano un ritorno dell'investimento variabile dai cinque ai sei anni prevedendo un prezzo delle ciliegie nel range di 350-380 €/q.le.


Prospettive future

Le prove fino ad ora svolte hanno la sola limitazione della durata. Non sono infatti disponibili ad ora dati sufficienti per valutare l'effettiva durata di questi impianti, aspetto spesso dolente della frutticoltura ad alta densità. Le analisi di convenienza sono state fatte ipotizzando una durata utile dell'impianto di 15 anni.
Se le prove nei prossimi anni daranno ragione a queste previsioni è possibile affermare come questo tipo di cerasicoltura sia economicamente sostenibile nonché redditizia.

La sfida maggiore a cui dovranno essere preparati i produttori futuri sono infatti i costi della manodopera, la rapida fluttuazione dei mercati ed un mercato esigente quanto inflessibile per quanto riguarda la qualità del prodotto. Con questi presupposti è impossibile pensare di continuare con sistemi ormai obsoleti e non più economicamente sostenibili.
Già negli anni ’70 epoca di una forte crisi del settore della ciliegia causa alti costi di manodopera, si ipotizzava una scomparsa di questa coltura dai suoli italiani per evidente non economicità. Da allora il prezzo della manodopera è raddoppiato più volte, a fronte di una non altrettanto importante variazione di prezzo del prodotto.

I lavori presentati in questo convegno dimostrano come ci sia ancora spazio a patto di affidarsi a professionisti e prevedere un’elevato imput tecnico. La ciliegia è uno dei prodotti meno soggetti a flussi importatori causa caratteristiche dei frutti che mal si adattano a lungi trasporti. Questo dovrebbe essere un incoraggiamento a coloro che si apprestino a questo settore, considerando le quotidiane importazioni di frutta e verdura anche extra-continente.

Articolo a Cura di Mapomac


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